Ho aggiornato il contenuto della pagina il 9 Settembre 2026
L’annuncio e la curiosità suscitata dalla notizia della sperimentazione nella città di Napoli
Sì, è vero: a Napoli stiamo sperimentando la blockchain
Sì, è vero: a Napoli stiamo sperimentando la blockchain.
Quando nel 2018 iniziammo a parlare pubblicamente della possibilità di utilizzare a Napoli blockchain, criptovalute e nuovi strumenti digitali, la notizia suscitò immediatamente curiosità, entusiasmo, critiche e, inevitabilmente, qualche titolo giornalistico più fantasioso del progetto stesso.
Del resto stavamo mettendo insieme, nella stessa frase, parole capaci già allora di accendere il dibattito: Napoli, Bitcoin, blockchain, Pubblica Amministrazione, moneta complementare e innovazione.
Ma il progetto che coordinavo per il Comune di Napoli era molto più articolato dell’idea, suggestiva ma riduttiva, di una semplice “criptovaluta napoletana”.
L’obiettivo era capire se una tecnologia nata per creare sistemi decentralizzati potesse essere utilizzata anche per pagamenti, certificazione di informazioni pubbliche, trasparenza amministrativa, servizi ai cittadini e nuove forme di economia locale.
Napoli Blockchain: da dove nasce il progetto
La blockchain, soprattutto nel 2017 e nel 2018, veniva associata quasi esclusivamente a Bitcoin e alle criptovalute.
In realtà la tecnologia alla base di Bitcoin introduceva un concetto molto più interessante: la possibilità di creare un registro condiviso nel quale determinate informazioni possono essere verificate senza dover necessariamente affidare tutta la fiducia a un unico soggetto centrale.
Da informatico, era proprio questo l’aspetto che trovavo più interessante.
La domanda non era quindi soltanto:
Possiamo pagare in Bitcoin a Napoli?
La domanda molto più ampia era:
Come può una Pubblica Amministrazione utilizzare concretamente la blockchain?
Da qui nasce il percorso che avrebbe portato al progetto Napoli Blockchain.
Una chiamata pubblica per costruire il progetto
Uno degli aspetti che considero ancora oggi più interessanti di quella esperienza fu il metodo.
Non volevamo un progetto costruito esclusivamente all’interno degli uffici comunali.
Il Comune di Napoli avviò quindi una chiamata pubblica rivolta a cittadini, informatici, sviluppatori, professionisti, avvocati, commercialisti, ricercatori e persone interessate alle tecnologie blockchain.
Dalle adesioni nacquero diversi gruppi di lavoro, con competenze differenti.
C’era chi si occupava degli aspetti:
- informatici e di sviluppo;
- giuridici e normativi;
- economici e fiscali;
- divulgativi;
- commerciali;
- relativi alla Pubblica Amministrazione.
Era esattamente ciò che serviva.
La blockchain non è infatti soltanto tecnologia. Quando la si applica a pagamenti, documenti, identità o servizi pubblici entrano immediatamente in gioco anche diritto, fiscalità, privacy, organizzazione amministrativa e sostenibilità economica.
Napoli e le criptovalute: la sperimentazione nei negozi
Uno dei primi filoni riguardò la possibilità di rendere Napoli una città maggiormente aperta ai pagamenti in criptovalute.
Nel 2018 la Giunta comunale approvò una delibera quadro dedicata alla sperimentazione, prevedendo inizialmente anche l’utilizzo di Bitcoin presso alcune attività commerciali della città.
L’idea era abbastanza semplice.
Un turista o un cittadino in possesso di criptovalute avrebbe potuto individuare attività commerciali disponibili ad accettarle e utilizzarle come strumento di pagamento.
Per Napoli poteva rappresentare anche un modo per intercettare un pubblico internazionale particolarmente attento alle nuove tecnologie.
Non significava naturalmente sostituire l’euro.
L’euro rimaneva la moneta ufficiale.
Si trattava invece di sperimentare strumenti di pagamento aggiuntivi e studiare le conseguenze tecniche, fiscali e operative del loro utilizzo nelle attività commerciali.
Una moneta napoletana? Meglio parlare di token ed economia locale
Fu probabilmente questo l’aspetto che attirò maggiormente l’attenzione dei giornali.
Si iniziò rapidamente a parlare di:
“moneta di Napoli”, “criptovaluta napoletana”, “moneta alternativa all’euro”.
Il tema reale era però più interessante.
Tra le ipotesi studiate c’era infatti la possibilità di creare un token utilizzabile all’interno di un circuito economico locale.
Un sistema del genere avrebbe potuto, almeno teoricamente, premiare determinati comportamenti virtuosi e fare in modo che il valore generato venisse successivamente utilizzato presso le attività aderenti al circuito.
Immaginiamo, semplificando molto, un cittadino che compie un’attività considerata positiva per la comunità e riceve un beneficio digitale utilizzabile presso attività commerciali convenzionate.
Il punto interessante non era creare “soldi dal nulla”.
Era studiare come una tecnologia digitale potesse contribuire a creare una forma di economia circolare locale.
Perché a Napoli si parlava anche di moneta complementare
Per comprendere il dibattito di quegli anni bisogna ricordare anche il contesto economico nel quale si trovavano molti enti locali italiani.
Dalla seconda metà degli anni Novanta e soprattutto nei primi anni Duemila, numerose amministrazioni locali avevano fatto ricorso anche a strumenti finanziari derivati per la gestione delle proprie passività.
Non si trattava di un fenomeno marginale.
Alla fine del 2008 il valore nozionale delle obbligazioni finanziarie degli enti locali interessate da contratti derivati con intermediari residenti aveva raggiunto circa 26 miliardi di euro.
La stessa Banca d’Italia osservò che, in alcuni casi, l’utilizzo di questi strumenti poteva essere collegato anche a esigenze di liquidità.
Nel frattempo il legislatore era intervenuto progressivamente per limitarne l’impiego e nel 2008 venne introdotto il divieto per gli enti territoriali di stipulare nuovi contratti derivati, in attesa di una nuova regolamentazione.
Quella vicenda aveva dimostrato una cosa importante:
La complessità di uno strumento finanziario non rappresenta automaticamente una garanzia di sicurezza.
Una tecnologia innovativa deve essere studiata, compresa e sperimentata.
Non venerata.
E lo stesso principio, secondo me, valeva e vale ancora oggi per blockchain e criptovalute.
Blockchain nella Pubblica Amministrazione: non solo criptovalute
La parte che personalmente consideravo più interessante del progetto riguardava però la Pubblica Amministrazione.
Perché utilizzare una blockchain soltanto per trasferire valore?
Un registro distribuito può essere utilizzato anche per dimostrare che una determinata informazione:
- esisteva in un determinato momento;
- non è stata modificata successivamente;
- può essere verificata;
- corrisponde a quella originariamente pubblicata.
Da qui nacquero differenti ipotesi di applicazione.
Certificare documenti e graduatorie pubbliche
Una delle sperimentazioni riguardò la possibilità di utilizzare la blockchain per la certificazione di informazioni pubblicate dalla Pubblica Amministrazione.
Il concetto tecnico è relativamente semplice.
Non è necessario pubblicare sulla blockchain l’intero documento, soprattutto quando contiene informazioni personali.
È possibile calcolarne invece un’impronta digitale crittografica, comunemente chiamata hash.
Possiamo immaginarla come una sorta di impronta matematica del documento.
Se successivamente anche un solo carattere del file viene modificato, l’hash cambia.
Registrando quell’impronta su blockchain diventa quindi possibile verificare successivamente che il documento disponibile oggi sia esattamente quello certificato in precedenza.
Una possibile applicazione riguarda:
- graduatorie;
- elenchi pubblici;
- atti amministrativi;
- documenti;
- certificazioni;
- procedure pubbliche.
Il vantaggio non consiste nel trasferire tutti i dati della Pubblica Amministrazione su blockchain.
Consiste nel creare un ulteriore strumento attraverso il quale un cittadino possa verificare l’integrità di un’informazione.
La blockchain e le cedole librarie del Comune di Napoli
Tra gli ambiti sui quali lavorammo ci fu anche la certificazione delle informazioni relative alle cedole librarie.
Era un settore che conoscevo bene perché avevo già lavorato alla progettazione del processo digitale attraverso il quale il Comune di Napoli gestiva l’assegnazione delle cedole alle famiglie.
La blockchain poteva aggiungere un ulteriore livello di verifica:
dimostrare che un determinato elenco o insieme di informazioni pubblicate in un preciso momento non fosse stato successivamente alterato.
È un esempio molto più concreto della formula generica “blockchain nella Pubblica Amministrazione”.
Blockchain e voto elettronico
Un altro gruppo di lavoro affrontò un argomento ancora più complesso: la possibilità di utilizzare tecnologie blockchain all’interno di sistemi di votazione elettronica.
Il voto elettronico è probabilmente uno dei campi nei quali bisogna essere più prudenti.
Un sistema di voto deve garantire contemporaneamente requisiti che possono sembrare persino contraddittori:
- identificare chi ha diritto a votare;
- impedire di votare più volte;
- garantire la segretezza della scelta;
- impedire la modifica del voto;
- rendere verificabile il risultato;
- proteggere il sistema da manipolazioni.
La blockchain può contribuire a risolvere alcune parti del problema, ma non trasforma automaticamente un sistema di voto elettronico in un sistema sicuro.
Ed era proprio questo il senso della sperimentazione: studiare e verificare, non partire dalla conclusione che la tecnologia fosse già la soluzione.
La blockchain non risolve tutto
È una cosa che sostenevo allora e che continuo a sostenere oggi.
Non ogni database ha bisogno di diventare una blockchain.
Se un’amministrazione possiede un database tradizionale perfettamente adeguato al proprio compito, sostituirlo con una blockchain soltanto perché la parola è tecnologicamente affascinante non produce necessariamente alcun vantaggio.
Una blockchain ha senso quando le sue caratteristiche forniscono un beneficio concreto:
- verificabilità;
- distribuzione della fiducia;
- immutabilità delle registrazioni;
- tracciabilità;
- interazione tra soggetti differenti.
Prima viene il problema.
Poi scegliamo la tecnologia.
Mai il contrario.
Napoli Blockchain e il “modello Napoli”
Nel corso del progetto iniziai a preferire una definizione diversa.
Più che un singolo progetto blockchain, stavamo provando a costruire un “modello Napoli”.
Una città capace di mettere intorno allo stesso tavolo amministrazione pubblica, sviluppatori, attività commerciali, professionisti, università, ricercatori e cittadini per sperimentare tecnologie che normalmente venivano discusse soltanto negli ambienti finanziari o informatici.
Non tutto ciò che abbiamo immaginato si sarebbe necessariamente trasformato in un servizio pubblico.
Ma era esattamente questo il senso della sperimentazione.
Studiare.
Progettare.
Sbagliare eventualmente su piccola scala.
Capire cosa funziona.
Abbandonare quello che non funziona.
E sviluppare ciò che produce realmente un vantaggio.
Da quella sperimentazione è nata anche una comunità
Uno degli effetti più interessanti del percorso avviato dal Comune è stato probabilmente quello meno prevedibile.
Le persone che avevano partecipato alla chiamata pubblica continuarono a confrontarsi anche successivamente.
Da una parte di quel gruppo sarebbe poi nata nel 2019 l’associazione no profit Napoli Blockchain, che ha continuato negli anni attività di divulgazione, sperimentazione, formazione e sviluppo legate alla blockchain e alle criptovalute.
Questo dimostra che un progetto pubblico può produrre risultati anche quando crea competenze, relazioni e comunità capaci di continuare autonomamente il percorso.
La blockchain a Napoli, diversi anni dopo
Rileggere oggi quelle discussioni è interessante.
Nel 2018 blockchain e criptovalute erano circondate contemporaneamente da un entusiasmo enorme e da una forte diffidenza.
Da allora il settore è cambiato profondamente.
Abbiamo visto fallire progetti presentati come rivoluzionari.
Abbiamo assistito a speculazioni, truffe e utilizzi completamente inutili della parola blockchain.
Ma abbiamo visto anche maturare tecnologie, smart contract, sistemi di tracciabilità, tokenizzazione e nuove forme di servizi decentralizzati.
Ed è diventato ancora più evidente un principio:
L’innovazione non consiste nell’utilizzare una tecnologia nuova. Consiste nell’utilizzarla quando risolve meglio un problema.
La mia esperienza con Napoli Blockchain
Per me il progetto Napoli Blockchain ha rappresentato soprattutto questo.
La possibilità di portare all’interno di una grande Pubblica Amministrazione una discussione che in quel momento sembrava appartenere quasi esclusivamente a sviluppatori, startup e appassionati di criptovalute.
Nel corso del progetto ho coordinato attività e gruppi di lavoro dedicati alla sperimentazione della blockchain nella città di Napoli, confrontandomi con informatici, professionisti, ricercatori, attività commerciali e cittadini.
Negli anni successivi ho continuato a raccontare questa esperienza anche in incontri pubblici dedicati all’utilizzo della blockchain nella Pubblica Amministrazione.
Non perché ritenga che tutto debba essere costruito su blockchain.
Esattamente per il motivo opposto.
Dopo averla studiata e sperimentata sul campo, considero importante sapere distinguere i casi nei quali può produrre un vantaggio da quelli nei quali un normale database continua a essere la soluzione migliore.
Sì, a Napoli stavamo davvero sperimentando la blockchain
Quindi sì.
Quando nel 2018 dicevamo che Napoli stava sperimentando la blockchain, non era soltanto uno slogan.
Dietro quella frase c’erano gruppi di lavoro, sviluppatori, professionisti, commercianti, sperimentazioni sui pagamenti, certificazione di informazioni pubbliche, studi sul voto elettronico e ipotesi legate a token ed economia locale.
Alcune idee erano immediatamente realizzabili.
Altre richiedevano ulteriori sperimentazioni.
Altre ancora sarebbero rimaste idee.
Ma questo è esattamente ciò che dovrebbe accadere quando una Pubblica Amministrazione decide di confrontarsi seriamente con una tecnologia emergente.
Non comprare il futuro a scatola chiusa.
Studiare come potrebbe funzionare.
Note sulla modalità di scrittura del post
Questo articolo è stato scritto senza alcun aiuto dai sistemi di intelligenza artificiale, quali OpenAI, ChatGPT e simili.

