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Cinque errori di grafica che le aziende fanno in autonomia (e come evitarli)

Ho aggiornato il contenuto della pagina il 14 Giugno 2026

Fare grafica in casa è una tentazione comprensibile. I tool sono sempre più accessibili, i template abbondano, e la voglia di risparmiare è legittima. Il problema è che certi errori non si vedono subito — emergono quando il materiale è già stampato, pubblicato o condiviso con i clienti.

Ecco i cinque più comuni, con qualche indicazione pratica per riconoscerli in anticipo.

1. Usare immagini a bassa risoluzione

Sul monitor tutto sembra a posto. In stampa, invece, le immagini risultano sgranate, pixelate, brutte. Il motivo è semplice: uno schermo lavora a 72–96 dpi, mentre una tipografia richiede almeno 300 dpi.

Chi non ha familiarità con questi parametri scarica immagini dal web o usa foto scattate con lo smartphone senza verificarne la risoluzione effettiva. Il risultato è un materiale che in digitale “passa”, ma che non regge alla stampa.

La regola pratica: se non sai con certezza che un’immagine è ad alta risoluzione, non usarla per materiali destinati alla stampa.

2. Ignorare i margini di sicurezza e le abbondanze

Quando si stampa un documento, la carta viene tagliata. E il taglio non è mai millimetricamente preciso. Per questo i file destinati alla tipografia devono includere le cosiddette abbondanze (in gergo, “bleed”): un’estensione del colore o dello sfondo di qualche millimetro oltre il bordo della pagina.

Chi prepara i file in autonomia spesso non ne è a conoscenza. Il risultato sono bordi bianchi indesiderati, scritte o elementi grafici tagliati a metà, materiali che tornano indietro dalla tipografia da rifare.

Vale anche il ragionamento inverso: testi e loghi posizionati troppo vicino al bordo rischiano di essere tagliati. Esiste un’area di sicurezza interna che va rispettata.

3. Mescolare font senza una logica

La libertà di scegliere tra centinaia di caratteri tipografici è una trappola per chi non ha basi di grafica. Si finisce per usare tre, quattro, cinque font diversi nello stesso documento: uno per il titolo, uno per il corpo, uno per le didascalie, uno “perché era carino”.

Il risultato è visivamente caotico. La tipografia professionale si basa invece su una gerarchia chiara: di solito due famiglie di font al massimo, usate con coerenza e intenzione. Ogni variazione — grassetto, corsivo, dimensione — ha un significato preciso e guida l’occhio del lettore.

4. Non rispettare l’identità visiva del brand

Molte aziende hanno un logo, magari anche un manuale di brand identity con i colori ufficiali e i font da usare. Poi, nella pratica quotidiana, si usano colori “simili”, si scaricano font gratuiti che “assomigliano” a quelli originali, si improvvisano layout che con il brand non c’entrano nulla.

Questo vale in modo particolare per tutto ciò che viene stampato: brochure, cataloghi, depliant, report. Un’impaginazione professionale e coerente con il brand non è un dettaglio: è parte integrante della comunicazione aziendale.

5. Sottovalutare la leggibilità

Un materiale grafico può essere visivamente attraente e al tempo stesso difficile da leggere. Succede quando il contrasto tra testo e sfondo è insufficiente, quando la dimensione del corpo è troppo piccola, quando le righe sono troppo lunghe o troppo ravvicinate.

Chi non ha un occhio allenato spesso privilegia l’effetto visivo sulla funzionalità. Testi bianchi su sfondi chiari, scritte in corsivo su fotografie, interlinee strette per far stare tutto in una pagina: sono scelte che compromettono la fruibilità del contenuto.

Quando conviene affidarsi a un professionista

Non ogni materiale richiede necessariamente un grafico. Un post o una comunicazione urgente, una presentazione interna, un documento di lavoro: ci sono contesti in cui l’approssimazione è accettabile.

Ma quando il materiale rappresenta l’azienda all’esterno — verso clienti, partner, investitori — ogni dettaglio conta. Un catalogo mal impaginato, una brochure con font inconsistenti, un report con immagini sgranate comunicano qualcosa sull’azienda, anche se non era nelle intenzioni.

In questi casi, il costo di un professionista è quasi sempre inferiore al costo di un’impressione sbagliata.

Note sulla modalità di scrittura del post
Questo articolo è stato scritto senza alcun aiuto dai sistemi di intelligenza artificiale, quali OpenAI, ChatGPT e simili.

Felice Balsamo

Classe '75, si dedica alla sua passione di sempre, l’informatica. Inizia la sua attività nel 1998 gestendo un internet provider configurando router CISCO e Modem 33,6 Kbit/s. Dal 2001 si dedica alla realizzazione di servizi web,SOAP,WSDL, DTT (Digitale Terrestre), protocollo MHP per servizi interattivi del digitale terrestre. Dal 2006 cura e gestisce CMS ottimizzati per le attività SEO, si occupa di comunicazione web per aziende e campagne politiche. Dal 2008 al 2012 è Consigliere Nazionale di Assoprovider (www.assoprovider.net), carica ricoperta per 2 mandati consecutivi fino al Maggio 2012. Per 11 anni (fino ad Ottobre 2022) ho collaborato con il Comune di Napoli per le attività di comunicazione, informatizzazione, razionalizzazione delle risorse economiche e contrasto all'evasione per il Comune di Napoli curando la delega all'informatizzazione. Attualmente mi occupo di ottimizzare i processi aziendali e aumentare il numero di visitatori dei siti web, dei social dei miei clienti, continuando da oltre 20 anni la mia attività finalizzata ad ottimizzare il posizionamento dei siti web su Google e sui social, incrementando il numero di visitatori, dei follower e curando campagne di sponsorizzazione sul web. Mi occupo quindi dell'ottimizzazione tecnica, della messa in sicurezza e ovviamente scrivo contenuti dedicati affinché i siti web dei miei clienti siano sempre aggiornati e tecnicamente più meritevoli della concorrenza. Seguimi sul mio profilo Facebook: https://www.facebook.com/balsamofelice

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